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FAVIGNANA SU RAINEWS 24

Favignana su RaiNews 24 Recensita da Luca Sciacchitano il


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A Favignana, sull’isola a forma di farfalla, al centro della Riserva Marina delle Egadi, tra natura e mattanza: la secolare tradizione della pesca al tonno di corsa, che dopo gli anni d’oro dell’epopea dei Florio vuole oggi tornare ai fasti di un tempo.

E’ un’isola, ma ovunque si guardi verso il mare si vede terra. Si vede la costa della Sicilia, con il Monte Erice, Trapani e, via verso sud, la piana che precede Marsala. Poi Levanzo e più lontana si vede Marettimo, l’ultima delle isole Egadi, di un Arcipelago dalle molte sorprese. Ma il panorama bisogna proprio conquistarselo, perché per avere un’idea precisa di dove si è approdati occorre salire la lunga e ripida salita che conduce al Monte Santa Caterina, l’unico e il più alto di Favignana, 314 metri che sovrastano e dividono l’isola in due netti versanti pianeggianti.

Ci vuole quasi un’ora di scarpinata per arrivare in cima al Forte, ma poi, da lassù, “il territorio di caccia”, il mare dell’Arcipelago, si svela senza segreti e Favignana appare bella e leggiadra proprio come una “farfalla”… un’isola con le ali.

Panorama dal monte Santa Caterina, sullo sfondo la Sicilia
E’ una meta d’eccezione, perché le brevi distanze, non solo dalle altre isole dell’Arcipelago, ma anche dalla Sicilia, permettono di arricchire un viaggio alle Egadi delle molte suggestioni di una regione come quella di Trapani, tra le più belle della Sicilia, capace di regalare a piene mani arte, cultura e tradizione. Le testimonianze dell’Antica Grecia nei monumentali templi di Segesta e Selinunte, per esempio, sono solo alcune delle mete da suggerire per un tuffo nella storia dal sapore unico. E poi Mothia, la culla degli insediamenti fenici, ed Erice, la cittadina medioevale che sovrasta Trapani, dall’alto della quale, a 750 metri sul livello del mare, ci si regala l’altra prospettiva del panorama di Favignana e delle isole Egadi.
Sulla costa non mancano le strutture portuali idonee a godersi una breve escursione nell’entroterra, perché lo spettacolo della Coppa America a Trapani- le regate della Louis Vuitton Cup, che si sono svolte un paio d’anni fa - ha lasciato tracce ben tangibili e la città vanta oggi un porto aggiornato e rimodernato, che nulla ha da invidiare a quello di Marsala, per esempio, anche questo di recente costruzione, realizzato proprio per il diporto.

Appena approdati a Favignana si è già nel cuore dell’isola.
Il porticciolo ne racconta la vita e la storia recente, indissolubilmente legata all’epopea della dinastia Florio, alla famiglia proprietaria dell’isola che per quasi un secolo – dalla seconda metà dell’800 ai primi decenni del 900 - alimentò la pesca del tonno, da sempre la principale risorsa, la vera vita dell’Arcipelago.
Sul porto è inconfondibile la “reggia” dei Florio, il palazzo di famiglia che svetta imponente con i suoi merli, ma soprattutto sono inconfondibili gli stabilimenti dell’antica tonnara, gli arsenali, testimonianza di un’epoca oramai scomparsa, quando sull’isola si pescava e si lavorava in gran quantità il tonno rosso “di corsa”, la specie più pregiata e più ricercata.


Le barche della tonnara
Negli anni d’oro la “mattanza” di Favignana assicurava anche mille prede per “tonnara”, bestioni di 400 chilogrammi di peso, che insanguinavano ogni goccia del mare, ogni angolo della cosiddetta “camera della morte”, lì dove i tonni, attraverso un intricato sistema di reti lunghe chilometri, calate come un imbuto, sempre più anguste fino a strozzarsi- la “tonnara” vera e propria – venivano, e vengono, intrappolati e quindi finiti dal lavoro dei “tonnaroti” e del “Rais”: il capo, l’uomo la cui parola è regola, la guida che troneggia al centro della “camera” e comanda la “mattanza”.
Un corpo a corpo feroce, una lotta epica tra il pesce arpionato e l’uomo: tra la preda ed il predatore, il pescatore intriso di mare, bagnato di sudore e di sangue, quasi trasfigurato nello sforzo di tirare a bordo il tonno. Una sequenza che non è mai piaciuta agli animalisti, critici per tanto sangue, ma che ha rappresentato e rappresenta da secoli l’inossidabile ed inevitabile storia di un territorio. Una scena crudele e forse eroica immortalata nei mille scatti che fanno bella mostra di sé in ogni vetrina dei negozi dell’isola, in ogni cartoleria, in ogni bottega del tonno.
Eppure se ancora adesso chiedi provocatoriamente a Gioacchino Cataldo se ha mai visto un tonno… piangere, lui, il “Rais” di Favignana, l’omone forte e grande e forte che sembra incarnare un personaggio della mitologia, e che tutti conoscono, ti risponderà con grande dignità che ha piuttosto visto piangere i suoi figli. E tanto basta.
Oggi a Favignana la “mattanza” assume un ruolo di difesa d’identità, di baluardo di una tradizione ultrasecolare, non è più la messe di abbondanza di una volta. Ad impoverirla hanno contribuito gli alti costi d’impianto -calare una “tonnara” costa centinaia di migliaia di euro- il depauperamento delle risorse ittiche, ma soprattutto l’affacciarsi sulla scena mediterranea di altri e più attrezzati “competitors” : la concorrenza delle flotte pescherecce internazionali, giapponesi in testa, capaci di una pesca intensiva ed aggressiva che ha finito per mettere in ginocchio l’economia delle tonnare siciliane e di Favignana in particolare.
Le grandi navi da pesca sono in grado di calare “tonnare volanti” ovunque, subito dopo Gibilterra, prima ancora che i tonni proseguano la loro corsa verso gli angoli più caldi del Mediterraneo, la costa tunisina e la Sicilia, i luoghi ideali per riprodursi, prima di fare ritorno in Atlantico. Un percorso antico come l’uomo, puntuale ad ogni primavera, che i “tonnaroti” siciliani hanno imparato a conoscere e a sfruttare.

Negli anni recenti la “mattanza” di Favignana ha rappresentato un grande volano turistico, un’attrattiva per molti visitatori, ma ha garantito solo modeste quantità di prede e talmente piccole che i “tonnaroti” si portavano via in braccio i tonni, senza dover ingaggiare alcuna lotta.

Eppure oggi c’è chi ha nuovamente scommesso sulla pesca del tonno e della “tonnara”, convinto di poter battere la concorrenza delle grandi compagnie di pesca internazionali e restituire così alla tradizione non solo tutto il suo fascino, ma anche tutta la sua sostanza, fatta di miracolosa pesca.
Piazza Madrice
I pescatori di Favignana si sono insomma organizzati in cooperativa, riuscendo a recuperare i diritti di pesca e venduto, che dal 1937 appartenevano ai Parodi di Genova e non ai “tonnaroti”, e, quindi, sotto la guida di una intraprendente imprenditrice, Chiara Zarlocco, presidente della Cooperativa “La Mattanza” e la caparbietà del “Rais”, Gioacchino Cataldo, ora attendono solo il momento buono per calare la “tonnara”. Come un tempo, come una volta. « Si possono perdere tante battaglie», dice convinto il “Rais”, «ma infine vincere la guerra».
Di guerre del resto Favignana ne ha viste combattere… perché nell’antichità, oltre ad essere stata terreno di scorribande per pirati e saraceni, è stata campo di battaglia della prima guerra punica, quando nel 241 a.c. la flotta cartaginese si scontrò con quella romana al comando del console Lutezio Catullo, proprio nel mare dell’isola: la vittoria dei romani mise fine al dominio di Cartagine sul Mediterraneo.
Cala Rossa
La leggenda vuole che i combattimenti più aspri si verificassero proprio nelle acque limpide del tratto di costa aperto a nord est, lì dove si trova l’abitato dell’isola e, più avanti, la straordinaria Cala Rossa, una rada dal mare color dei Caraibi, ma che proprio per il molto sangue versato dagli eserciti in battaglia assunse il nome di “Rossa”.
A guardarla bene sembra quasi scolpita, perché una parte delle sue scogliere appaiono ritagliate, modellate da tagli profondi e precisi. Ed è proprio così, perché la cala altro non è che una cava di tufo che finisce in mare. Con il tufo di Favignana si è edificata l’isola, Villa Florio, per dirne una, e molte abitazioni della Sicilia, per esempio Messina dopo il terremoto del 1908: i tagli nel tufo si vedono chiaramente lungo buona parte della costa, mentre l’interno è una vera monumentale opera di scavo.

Il periplo di Favignana via mare è presto fatto, l’isola ha uno sviluppo costiero di 33 chilometri, per una superficie di 19 chilometri quadrati: a vela basta una mezza giornata per goderselo con tutta calma. Girata la punta di Cala Rossa, Punta Marsala, verso terra appare la costa della Sicilia che scende per l’appunto verso la città di Marsala, mentre sull’isola si apre la rada di Cala Azzurra, il cui colore delle acque questa volta corrisponde esattamente al nome.

Passata Punta Fanfalo si apre tutto il versante meridionale, con il Lido Burrone, Calamoni e Punta Lunga. Quest’ultimo è proprio un porto naturale, perfettamente ridossato dai venti dei settori settentrionali-orientali.
Il Preveto
Ma il vero angolo di paradiso è l’isolotto di Preveto, oggi detto anche dei “gabbiani” in onore di chissà quali turisti, che così lo hanno battezzato tra lo scetticismo incredulo dei locali: qui l’imponenza del Monte Santa Caterina sovrasta l’intera rada in uno scenario incantevole, fatto del contrasto della terra arida e bruciata dal sole e del mare limpido e cristallino.

Girato lo Stornello, quasi nascosta ad un primo sguardo, c’è Cala Rotonda: il nome è fin troppo scontato perché è proprio una rada tonda tonda, con una bella spiaggetta sul fondo. Quello che non è per nulla scontato è il colore dell’acqua, straordinariamente azzurra, e la bellezza del luogo, un vero ventre di vacca.
Da Cala Rotonda l’isola di Marettimo sembra ad un passo, mentre si passa davanti a Cala Grande e a Punta sottile, una lingua di scogli bassa bassa, alle cui spalle svetta il faro di Favignana, doppiato il quale Levanzo spunta proprio davanti al naso, e a terra si distendono la piana di Sicchitella e Calaza: due bellissime zone di mare con la montagna di Favignana sullo sfondo e le isole dell’Arcipelago a fare da cornice.
Gli stabilimenti della Tonnara
Proseguendo in senso orario si incontra infine Punta Faraglione, l’unico vero tratto di mare inaccessibile dell’isola, “zona B” (Riserva Generale) dell’Area Marina Protetta delle Isola Egadi, la più grande Riserva marina italiana, con un’estensione di 53810 ettari, che comprende naturalmente anche Marettimo e Levanzo, oltre che alla piccola Formica, l’isolotto dove un tempo vi era una tonnara e che oggi ospita un centro sociale, e allo scoglio di Maraone.
Passata la Punta e superate le Grotte Marine, ecco riapparire il porto e il suo via vai. Ma se pensate che le spiagge belle sono finite vi sbagliate di grosso perché proprio in paese, tra il porto e gli edifici degli antichi stabilimenti della tonnara Florio, c’è la Plaia, la rada con il mare verde smeraldo, dove si può dar fondo. E se siete fortunati vedrete anche le acciughe saltar fuori dall’acqua. Forse sotto non c’è l’Ala Lunga che le insegue, ma la Ricciola di sicuro sì.

Fonte: RaiNews24

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